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Capitolo 8 di 29

Gas nocivi

E ancora prima del nuovo anno il mio servizio sul sito fece una svolta inattesa. Continuavo diligentemente ad andare nella biblioteca segreta per studiare il mio sistema, ma un giorno mi convocò all’improvviso il vicecapo di stato maggiore, il maggiore Timofeev, soprannominato «caprone». E brontola, aveva una voce così, brontolante: «Compagno tenente, domani prenderete servizio come capo turno dello stabilimento dell’ossigeno». Rispondo automaticamente «signorsì»: si fece sentire l’addestramento ricevuto in accademia, ma comunque chiedo che cosa fosse. Il Caprone indica il numero dell’unità, dove andare e il motivo. A quanto pare, tra gli addetti all’ossigeno qualcuno si era ammalato gravemente, un tecnico degli strumenti di controllo e misura, e bisognava sostituirlo temporaneamente. Sconvolto da un ordine simile, in preda al completo smarrimento, balbetto qualcosa sul fatto che non so nulla dell’ossigeno, ma lui taglia corto: «Là vi insegneranno».

Al mattino attraverso il territorio dei costruttori, passo davanti allo stabilimento di cemento e nella steppa scopro diversi binari secondari occupati da treni simili a treni blindati, molto rumorosi, con fumo e vapore bianco. Il parco principale di questi treni è costituito da grandi vagoni verdi a quattro assi, alti una volta e mezza più di una carrozza passeggeri, in numero di circa dieci. Nel gergo professionale: «elefanti». Era lo stabilimento mobile dell’ossigeno, con depositi ferroviari di ossigeno e azoto. Fu proprio a questo deposito che mi mandarono. L’ossigeno liquido viene conservato in grandi cisterne-termos, ma poiché non si può chiuderlo ermeticamente, dato che evapora continuamente, l’ossigeno già diventato gassoso viene nuovamente trasformato in fase liquida. Di questo si occupa il complesso ŽCh, il deposito ferroviario. Il complesso comprende un vagone-cisterna con il gasolio, un vagone diesel, una centrale elettrica, un vagone compressore, un vagone tecnologico, un vagone di comando e la lunga coda degli «elefanti».

Il tenente anziano Nikolaj Namis mi accompagnò attraverso i vagoni, cercando di spiegarmi come funzionasse tutto. Effetto nullo. I primi passi nel vagone tecnologico mi gettarono in uno stato di shock dal quale non uscii fino a sera. Sopra la testa, a destra, a sinistra, sembrava dappertutto, c’erano termometri e manometri; tutto era intrecciato da sottili tubazioni e fili, tutto tremava, ciangottava, ronzava. Il pavimento di ferro vibrava sotto i piedi e la cosa più spiacevole era la netta sensazione di una temperatura elevata, insieme a quella, meno evidente, di una pressione altissima e di un’aria impregnata d’ossigeno. In ogni vagone c’erano due o tre sergenti per niente giovani, con i quali Kolja comunicava urlando loro qualcosa nelle orecchie. Intanto arrivò la fine della giornata lavorativa e gli ufficiali del ŽCh, guidati dal capo, il maggiore Socenko, si prepararono a salire sul locomotore. Un’istruzione frettolosa, impartita al volo: «Non intervenire nel processo, i soldati sono tutti specialisti…». Insomma, non toccare nulla con le mani! Rimasi solo nel vagone di comando, che era praticamente una carrozza a compartimenti, e naturalmente mi annoiai. Feci un paio di giri per i vagoni, per la paura e per darmi un tono molto lentamente e in silenzio, per non dire qualche sciocchezza, e poi tornai nel compartimento, il mio rifugio salvifico…

Scese la meravigliosa notte stellata di Tjuratam e, accompagnato dal monotono fragore del detander1 e del vagone diesel, mi addormentai. Mi svegliai verso le due di notte e avvertii con orrore il silenzio. Assoluto e spaventoso. Schizzo fuori dal vagone: madre mia, il complesso tace; in tutti i vagoni è accesa la luce verde di servizio e da ogni «elefante» dell’intero convoglio esce, con un lieve sibilo, del vapore verso quella stessa meravigliosa notte! Praticamente come dal camino di una locomotiva a vapore, solo lateralmente. Quel sibilo incessante mi fece stare ancora peggio. Con l’istinto capii che qualcosa non andava. Bisognava indagare… In ogni vagone scopro gli «specialisti» addormentati sul pavimento metallico. Così, quei disgraziati, dormono con meno caldo. Sveglio il sergente Ščerbak, capo turno, ma lui, sfacciato, solleva appena la testa e dice che si tratta di una pausa tecnologica e che entro mattina, all’arrivo dei superiori, avrebbero rimesso tutto in funzione. E che a sibilare e a finire nell’atmosfera erano i «gas nocivi». Un po’ rassicurato, torno nel compartimento con la faccia ancora intelligente. Siedo. Aspetto l’alba, preoccupato. Infatti, un’ora prima dell’arrivo degli ufficiali, partì il diesel, il vagone compressore prese a rimbombare, seguito da quello tecnologico e da tutti gli altri, e il sibilo cessò…

Arrivò la gente e rise bonariamente a proposito dei «gas nocivi». A quanto pare, al vento si disperdevano proprio quel prezioso ossigeno e quell’azoto alla cui conservazione lavorava instancabilmente l’intero complesso ŽCh! Non si può mica chiuderli in una cisterna senza un ulteriore raffreddamento. Ed era una comune trasandatezza da soldati. È interessante che non provai né risentimento né rancore verso il sergente. Erano stati chiamati dalla vita civile come specialisti ed erano più anziani di me…

«Il capo turno» e i suoi subordinati. Alla mia sinistra nella foto (alla destra, un omone) il sergente Ščerbak. Peccato che abbia dimenticato il suo nome.

E così cominciai ad ambientarmi. Dopo il turno portavo in albergo un secchio d’ossigeno o d’aria, per fare il gelato o semplicemente raffreddare l’acqua. Il secchio, naturalmente, non era pieno, per non rovesciarmelo addosso lungo la strada. Nell’aspetto l’aria liquida sembrava proprio acqua, solo con una leggera nebbiolina sopra la superficie. Al tatto del peso era sensibilmente più leggera dell’acqua. L’ossigeno nel secchio si comportava allo stesso modo, solo con una lieve sfumatura azzurrina.

In albergo ci aspettava un termos militare a zaino, riempito con diverse lattine di latte condensato sciolto nell’acqua. Il volume utile era di 10-15 litri. La cosa più importante era preparare un bastone di legno abbastanza lungo per mescolare. Versavamo aria o ossigeno e mescolavamo con grande energia. La temperatura di ciascuno era rispettivamente di meno 190 e 183 gradi. Qui la cosa essenziale era non lasciare che si congelassero per prime le superfici superiori della soluzione: bisognava versare proprio pochissimo alla volta. Ma per quanto rapidamente si girasse il bastone, a un tratto si congelava nel ghiaccio, in una posizione completamente imprevedibile. Ecco, la sessione era finita. E di aria o di ossigeno ne restava ancora una quantità enorme! Se si versavano i residui nel termos, si poteva andare a distribuirsi nelle stanze insieme alle tazze e ai bicchieri preparati. Il film non sarebbe cominciato ancora per un’ora o anche più. I più accaniti cercavano di versare acqua calda sul ghiaccio e, prima che congelasse, riuscivano ad attingere almeno una goccia d’acqua fredda. Ma il ghiaccio cresceva subito, cresceva ancora, e a quel punto non c’era più dove versare l’acqua. Con lo stesso metodo congelavamo il kvas. I residui dei gas liquidi servivano per esperimenti di congelamento di insetti e materie plastiche. Tutto congelava all’istante con un leggero schiocco e diventava estremamente fragile e friabile, lucertole comprese. Una volta camminai sulla sabbia congelata dall’ossigeno versato e fu la fine dei miei scarponcini: la suola di uno quasi si sbriciolò.

Oltre ai turni regolari, venivo coinvolto nell’operazione di lavaggio degli «elefanti». Ma solo per sostituire il lavatore titolare, Namis. Era un’operazione pericolosa sotto due aspetti. Primo: nella cisterna un soldato lavorava con uno straccio, strofinando quello che sembrava alluminio perfettamente pulito, liberandolo da depositi oleosi e di altro genere, mentre dall’alto un ufficiale versava attivamente alcool da una tanica dopo l’altra. Il soldato indossava una maschera antigas e respirava aria pulita attraverso tubi raccordati, portati all’esterno. Alla loro estremità era letteralmente seduto Kolja Namis. Se si fosse interrotta l’alimentazione d’aria dall’esterno e il soldato avesse aspirato i vapori dell’alcool, sarebbe rimasto inevitabilmente soffocato. Ma il compito non meno importante dell’ufficiale era impedire che venissero lanciate fuori le borracce d’alcool, che sarebbero volate a ventaglio dal boccaporto non appena si fosse distratto. Questa era la seconda pericolosità dell’operazione. Il soldato si era certamente procurato dei vuoti, entrando nella cisterna. E fuori, accanto alla cisterna, in quel momento gironzolava qualcuno del turno libero, in attesa della fortuna.

All’ora stabilita arriva qualcuno della FChL (laboratorio fisico-chimico) con le proprie salviette speciali, si cala nel serbatoio e comincia a trovare difetti. In quell’incarico vedevo più spesso il tenente anziano Pasha Jarandajkin.

L’inverno nella regione di Kzyl-Orda è povero di neve, ma spesso soffiano venti forti. Con una temperatura di meno 20-25 gradi è qualcosa di indescrivibile. Ricordavo gli inverni di Irkutsk come una benedizione. Là, più fa freddo, più i venti sono calmi, e anche l’abbigliamento è completamente diverso. In accademia per l’inverno ci distribuivano due completi di biancheria intima, uno leggero e uno imbottito. Qui invece c’era soltanto un cappotto con pelliccia di pesce. Un freddo cane, che non avevo mai provato né a Krasnojarsk né a Irkutsk. C’erano anche giornate invernali del tutto confortevoli. Inverni nevosi capitavano, ma raramente e non duravano a lungo. In sette anni ne ricordo soltanto uno. Allora organizzammo una partita di calcio, con tanto di spettatori. Ci vestimmo in uniforme da campo, con gli stivali. Neve compatta fino al ginocchio. La partita, tra le grida dei tifosi, fu entusiasmante all’inverosimile. I nostri stivali di cuoio alla fine della partita erano completamente fradici, ridotti a straccetti.

Il tempo corre verso il 23 febbraio e mi decido per un acquisto serio: vado nella capitale della nostra regione, «Kzyl-Pariž», compro un «Festival» e una piccola valigia di vodka locale, l’araka. L’araka è la vodka kazaka. Il treno per Orda impiega quattro ore. E il ricevitore, dentro un’enorme cassa, viene fornito anche di telecomando. Nonostante tutto, riuscii a trascinare ogni cosa fino al sito e riunii nella mia stanza una compagnia per una cena modesta. E poi, se a tavola ci sono persone che condividono le tue idee, fedeli amici e compagni, di quali freni si può parlare? Del resto era pur sempre il mio primo compleanno nella mia prima unità. Finché non persi conoscenza, rimasi in uno stato di «entusiasmo da vitello» inebriante. Il tenente è una recluta! Per qualche ragione, l’arte del bere con criterio non mi entrò subito in testa, ma arrivò con gli anni. Restammo seduti fino a tardi, tanto che al mattino il vicecomandante politico, il tenente colonnello Fedorenko, e qualcun altro vennero a farmi visita personalmente, naturalmente a scopo educativo. Non sta bene, a quanto pare, ubriacarsi, ma perché mai bisognava anche correre nudi per l’albergo per scommessa? Di quegli anni ricordo molte cose nei dettagli, ma degli avvenimenti di quella mattina ricordo solo che ero seduto sul letto e quel prete mi spiegava qualcosa, mentre io non ricordavo niente: al mattino ero senza passato. Abbiamo cenato bene, ma l’araka era disgustosa. E in generale non bisogna mai mescolare l’araka con l’alcool!

*  * *

Primavera, la steppa diventò verde e forse fiorirono anche i tulipani della steppa, non ricordo. Non fioriscono ogni anno. Ma quando capita che sboccino, in pochi giorni tutta la steppa, triste e grigio-giallo-marrone, si trasforma in un luminoso tappeto rosso e giallo in fiore. Non per molto, per una settimana o due. In quei giorni quasi ogni passeggero del locomotore da manovra scende in città con un mazzo di tulipani. Altrettanto rapidamente e inaspettatamente i fiori appassiscono tutti insieme e la steppa riprende la sua colorazione abituale. Ad aprile parto su un vagone speciale, il vagone di comando del ŽCh, che accompagna questo vagone con due sergenti ad Alma-Ata. Il vagone ha quattro compartimenti, doccia e toilette, e dall’esterno sembra una carrozza passeggeri. Lo agganciarono a un convoglio merci e partimmo per la riparazione programmata ad Alma-Ata. Andiamo piano, ma comodamente. Alma-Ata è una città molto bella, ma i soldi finirono inaspettatamente presto; dovetti mandare un telegramma d’emergenza all’unità e Vol Ambrosovič provvide prontamente con un trasferimento. E i soldi, durante il primo viaggio di servizio della vita, volano via come il vento. Bisogna andare al ristorante? Bisogna viziare con qualcosa di buono i propri sergenti fedeli? Bisogna! E poi una ragazza si era procurata in qualche modo da sola.

Passai il tempo in quel viaggio di servizio assolutamente rilassato, durante la fioritura dei meleti della città, e tornai a casa quasi dopo un mese. Intanto la rappresentativa aveva cominciato a prepararsi per il campionato delle Truppe missilistiche, nella città di Kirov, l’antica Vjatka. Sulla strada per Kirov ci fermammo a Mosca per allenarci con la squadra del MAI. Per alloggiare ci sistemarono in un certo dormitorio dell’istituto. A trovarci un posto furono alcuni ex compagni di corso di Sasha Žmakin. Per allenarci giocammo contro gli studenti e poi partimmo per Kirov. A Kirov giocammo bene, non nelle ultime file. Il nostro portiere Lev Kostjuk fu preso nella rappresentativa delle Truppe missilistiche! Anche il ritorno fu all’altezza: ci sedemmo così bene alla «Praga», mangiando vodka fredda con costolette con l’osso e accompagnandole con birra in un accogliente salottino del ristorante, che lì lasciai la giubba da parata. Per fortuna, senza i documenti. Mi svegliai tardi, ormai di giorno, accecato dal sole, sdraiato sulla schiena sulla cuccetta inferiore, vestito e con le scarpe ai piedi, ma con le gambe sul pavimento. Un vero signore. Così arrivai all’unità senza la giubba.

Tashkent. Attacca la rappresentativa di Tjuratam. Al centro Sasha Žmakin, dietro di lui Kolja Černyšov, all’estrema destra Jura Nemykin (il nostro bomber), a sinistra nella foto corro io.

Ed eccoci a casa, sulla nostra 32ª ploščadka. Giorni feriali militari, resi più piacevoli dagli ascolti notturni dei programmi musicali attraverso il meraviglioso ricevitore radio e da rare sortite nella «desjatka», soprattutto per andare a ballare, alla Casa degli Ufficiali. E come ci si arriva? Il mezzo di trasporto più comodo e affidabile del poligono è, naturalmente, il locomotore da manovra.

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Note

  1. Detander: macchina a pistoni o a turbina per raffreddare il gas sfruttandone l’espansione con compimento di lavoro esterno. Sul ŽCh erano installati detander a pistoni.